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Che si fa?

Giorgio La Malfa, sul Sole 24 Ore, analizza la situazione italiana e, in particolare, le Considerazioni finali della Banca d'Italia. Dinanzi ad un quadro economico desolante (fra il 2012 e il 2007, l'anno che precede l'inizio della grande crisi, si registra una riduzione del 7% del Pil e il raddoppio del tasso di disoccupazione) e dinanzi al fatto che la stessa Banca d'Italia certifica che il rientro accelerato dal deficit ha avuto effetti negativi, l'autore spiega che la crisi non può che essere battuta con una iniezione di domanda aggregata fatta attraverso il deficit pubblico. 
Il problema, argomenta l'economista, è che la stessa Bankitalia lo esclude a causa del problema dei rinnovi annuali dello stock del debito pubblico e, di conseguenza, si chiede perchè mai il dibattito politico non si concentri sui modi in cui si possa allentare questo vincolo. Secondo La Malfa, "non si sfugge all'impressione amara che le autorità italiane siano rassegnate all'impotenza" e "non osino porre problemi all'Europa".
In questi mesi, è bene ricordarlo, economie come Usa e Giappone stampano moneta, mentre la Banca Centrale Europea resta fedele al proprio statuto (che prevede un inflation targeting entro l'orbita del 2% e, a differenza delle altre banche centrali, non contempla la lotta alla disoccupazione).  La Bce, dunque, non figura come prestatore di ultima istanza e non può, ad esempio, acquistare titoli di Stato italiani e finanziare la spesa in deficit.
Le autorità italiane, invece di rassegnarsi, potrebbero cominciare da qui.
Ricordiamo, infatti, che con il piano anti-spread OMT, la Bce annunciava per la prima volta acquisti illimitati di titoli sovrani, anche se in cambio di austerity. Quel piccolo grande risultato fu ottenuto soprattutto grazie a pressioni politiche come la vittoria dei socialisti di Hollande e l'avanzata delle sinistre europee e le posizioni di Obama e del G20.
Di recente, ancora Hollande fa notizia per la sua visione di un'altra Europa, con proposte che vanno dal governo economico europeo alla capacità di bilancio vera e propria della zona euro. Reazioni forti e decise non se ne sono viste. Eppure è proprio quello che ci vorrebbe in un'unione economica. Basti pensare che il bilancio dell'Ue è pari a circa l'1% del Pil dell'Unione ed è in declino, mentre il bilancio federale degli USA è quasi il 25% del Pil.
Se l'Italia vuole una vera unione economica e politica europea, insomma, deve dimostrarlo.
Il dibattito che ruota intorno alla sua convenienza e/o fattibilità è estremamente interessante, ma assente nelle principali discussioni politiche che animano il nostro Paese. Alcuni, ad esempio, sostengono che strade come quella indicata da Hollande sono illusorie, dato che Germania, Olanda e Finlandia non sarebbero disposte a finanziare il bilancio Ue in favore dei paesi in crisi, come avviene negli USA, o a riformare la Bce in direzione della Fed americana. La minaccia concreta di uscire dall'euro, di conseguenza, è vista come l'unica scossa politica in grado di cambiare le cose. Altri, al contrario, sostengono che un ritorno alle monete nazionali sarebbe un passo in più verso le posizioni della destra nazionalista e un favore ai grandi gruppi industriali e finanziari che, invece, sono organizzati su scala internazionale.
In Italia, si parla d'altro. 

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