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Deficit di buon senso

I dati sulla disoccupazione in Italia sono drammatici: secondo l'Istat, il tasso di disoccupazione sale all'11,6% e quello giovanile sale al 39%. Lo stesso giorno, l'Istat fornisce anche i dati su Pil e indebitamento delle pubbliche amministrazioni: al calo del 2,4% del prodotto interno lordo si affiancano la riduzione dell'indebitamento netto p.a. (-3,0% del Pil contro il -3,8% nel 2011) e l'incremento dell'avanzo primario (2,5% del Pil contro l'1,2% nel 2011). Il 3% del parametro di Maastricht, come si vede, è rispettato.
Insomma, l'economia crolla, ma i conti pubblici stanno migliorando. 
Questi risultati sono figli dell'applicazione di teorie mainstream, secondo cui la politica fiscale dovrebbe essere finalizzata solo al raggiungimento dell'equilibrio tra spese e entrate del bilancio pubblico. Si rifiuta il pensiero keynesiano, si trascura la recessione e si sfida la logica.
Come scriveva qualche tempo fa Mario Seccareccia, la spesa in un settore corrisponde ad un'entrata per un altro settore e, quindi, "indipendentemente da come sono finanziate, le spese generano reddito, e il risparmio del settore privato altro non è che una contropartita dei deficit del settore pubblico. Ciò significa che la formazione di un surplus netto di bilancio nel settore pubblico va a distruggere reddito netto o risparmio nel settore privato". A dimostrarlo, qualche grafico (realizzato usando il database Ameco) in cui si mostrano i trend di deficit pubblico e risparmio netto del settore privato rapportati al Pil. 

 


I governi, però, continuano ad impegnarsi a mettere i conti in ordine per recuperare la fiducia dei mercati, soprattutto nell'Eurozona dei falchi anti-inflazione della Bce. La teoria è che un incremento del disavanzo pubblico provoca un calo della fiducia dei mercati sul valore futuro atteso dei titoli e, di conseguenza, un aumento del tasso di interesse chiesto dai creditori. Una politica tesa al pareggio di bilancio, quindi, avrebbe effetti opposti e positivi sulla fiducia degli investitori.
In realtà, non esiste prova empirica certa che conti pubblici in ordine si traducano in fiducia dei mercati. La ricerca economica, come spiega Brancaccio, rivela che il deficit pubblico non costituisce nè l'unica nè la più importante determinante degli spread. Il disavanzo delle partite correnti, ad esempio, sembra anche più importante, dato che viene visto come indicatore di insufficiente competitività e, quindi, tra le cause che spingono un Paese a scegliere di abbandonare l'euro per svalutare. Poichè la conseguenza di un simile scenario è la riduzione del valore dei titoli del debito pubblico, gli investitori chiedono alti tassi di interesse per coprirsi dal rischio di svalutazione della moneta nazionale e di default.
In conclusione, ridurre il deficit pubblico, oltre a distruggere ricchezza nel settore privato, non ha gli effetti sperati dalla tecnocrazia europea in quanto a fiducia dei mercati. I dati che aprono questo post dicono che la vera emergenza non è certo il deficit del bilancio pubblico, ma l'altissima disoccupazione e che, dunque, è necessario invertire il cammino dell'austerità intrapreso in questi anni di crisi e porre in essere efficaci politiche di stimolo all'economia.




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