Buoni propositi per l'anno nuovo

L'ultimo Bollettino di Bankitalia fa notizia soprattutto perchè vengono riviste in peggio le stime del Pil per il 2013, che dovrebbe scendere dell'1% invece dello 0,2% precedentemente stimato, e perchè prevede che la recessione finirà nella seconda metà dell'anno. 
Concentrando, invece, l'attenzione sul brutto anno appena trascorso, si legge sul sito del Sole 24 Ore che "quanto al calo dell'1,2% registrato nel 2012, i tecnici di Bankitalia lo attribuiscono principalmente a due fattori ben noti: il balzo dello spread, iniziato nel luglio 2011, e le manovre correttive introdotte dal "Governo dei Professori" per evitare «un incontrollato peggioramento»" e, soprattutto, si quantifica il contributo negativo di questi fattori: "il caro spread e il successivo aumento del costo del denaro hanno provocato in particolare l'abbattimento di un punto di Pil, mentre un altro punto lo hanno eroso proprio le manovre Monti". Sì, le manovre del governo dei tecnici, da sole, hanno eroso un punto di Pil, stando ai calcoli di Bankitalia. A pagina 40 del Bollettino si trova una tabella riepilogativa di queste cifre.




Sul carattere depressivo delle manovre Monti, insomma, non c'è alcun dubbio. Le sue ricette restrittive e basate soprattutto su tagli alla spesa pubblica sono dannose e questa è l'ennesima prova. La ricerca economica internazionale lo sta dimostrando, ammettendo anche di aver commesso errori in passato, soprattutto riguardo il calcolo dei moltiplicatori. 
Ma allora a cosa è servita l'austerity e perchè e stata messa in atto anche a costo di sacrificare Pil e, dunque, posti di lavoro? I tecnici di Bankitalia, sempre a pagina 40, rispondono a questa domanda: "per evitare un incontrollato peggioramento delle condizioni sui mercati finanziari", che tradotto sarebbe: per abbassare i rendimenti dei titoli del debito pubblico italiani o, più volgarmente, per abbassare lo spread. Che l'austerity abbia il merito di aver ridotto lo spread è falso (si spiega il perchè qui, riportando chirurgicamente i commenti di due validi economisti, dal settimo capoverso in poi). 
L'urgenza di un cambiamento radicale, in una direzione più keynesiana, degli indirizzi di politica economica in Europa si sente sempre più forte. L'Italia deve dare il suo contributo, a partire dalle urne il mese prossimo, e non correre dietro a falsi dogmi. 

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