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Intervista a Gianfranco Viesti: «Dal Governo nessun cambiamento per le università del Mezzogiorno»



L'intervista che ho realizzato per l'ADI - Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani al prof. Gianfranco Viesti, prof. di economia all'Università di Bari: secondo il prof. Viesti, le politiche universitarie del governo penalizzano ancora gli atenei del Mezzogiorno, con gravi conseguenze sul numero di studenti iscritti, sulle concrete possibilità di studio di alcuni ragazzi del Sud Italia e sull’intero tessuto sociale ed economico del territorio.


L’Ufficio Stampa del Miur ha sostenuto su Il Mattino che nel Mezzogiorno c’è un rapporto docenti/studenti più elevato rispetto al Centro-Nord e che quindi l’assegnazione dei punti organico che fa migrare 280 ricercatori verso Nord funziona anche da meccanismo riequilibratore. Qual è la sua opinione?
A leggere bene quell’intervento, si scopre che il Miur parla di docenti rispetto agli studenti “in regola”. Se invece si prende il numero di docenti per studenti iscritti, si scopre che invece il rapporto è sfavorevole al Mezzogiorno. Ovunque nel mondo il numero dei docenti si paragona al numero degli studenti iscritti nelle università perché anche gli studenti non regolari - cioè quelli iscritti ad anni successivi a quelli regolari – producono un carico di impegno per i docenti relativo a esami, tesi e sostegno tanto quanto gli altri. Mi è sembrato un uso strumentale dei dati e che lo faccia un Ministero che dovrebbe rappresentare tutti gli italiani mi sembra particolarmente negativo.

Dunque nessun riequilibrio tra Sud e Nord del Paese. Ci sarà un ulteriore aggravamento delle condizioni del Mezzogiorno e delle sue università?
Uno dei grandi problemi del Sud è la diminuzione degli studenti iscritti. Bisognerebbe quindi ragionare su come far aumentare il numero di studenti iscritti nelle università del Sud e, di conseguenza, aumentare – e non diminuire - il numero di docenti. Se il numero di studenti al Sud continua a diminuire, il rapporto docenti/studenti cresce ma solo perché si riduce il denominatore del rapporto. Consideriamo che già oggi le regioni del Sud Italia sono quelle che in Europa hanno la percentuale più bassa di giovani laureati.

Sono dati allarmanti. Se questo quadro di regole che determina la distribuzione delle risorse tra le università è così dannoso per una parte del Paese, perché non se ne prende atto? Ci sarà un cambiamento?
Non so dirle, ma temo proprio di no. Nelle decisioni del nuovo governo non c'è assolutamente niente di nuovo rispetto ai governi precedenti. Queste regole tentano di ripartire – ma in maniera fortemente squilibrata -  i tagli al sistema universitario e finiscono per penalizzare in modo particolare le università del Centro-Sud. Noi l’abbiamo documentato prima con Università in declino (Donzelli ed.), presentato anche alle Camere, e poi con La Laurea negata (Laterza ed.) ma, da allora, la linea d’indirizzo mi sembra assolutamente costante. Non ho visto neanche particolari reazioni da parte di alcuni esponenti politici del Movimento 5 stelle che invece dicevano di condividere in toto le nostre critiche alle politiche universitarie del passato.

Se non ci sarà alcun cambiamento, rischiamo una sempre maggiore emigrazione verso Nord anche degli studenti?
L'aspetto più rilevante è che le singole decisioni creano un effetto cumulativo: la riduzione dei punti organico porta alla riduzione dei corsi di laurea, che - come documenta anche la Banca d’Italia - è stata molto più intensa nel Mezzogiorno. Dato che l'ampiezza dell'offerta formativa è una delle determinanti delle scelte di immatricolazione degli studenti, questa politica si è rivelata favorevole all’emigrazione degli studenti verso Nord che, infatti, sono in aumento. Naturalmente, tanto più gli studenti migrano verso Nord, tanto meno le università del Centro-Sud incassano sia in termini di tasse e sia in termini di costo standard per studente. La conseguenza è che finiscono per peggiorare i parametri utili all’assegnazione dei punti organico. E tutto questo viene vestito, come al solito, dall’elogio della “virtù”, secondo cui le università che hanno più punti organico vengono descritte come quelle più “virtuose”. La realtà è che questa “virtù” dipende principalmente dall’avere studenti provenienti da famiglie a reddito più alto e tassarli di più. In Italia abbiamo già oggi una situazione classista nell'immatricolazione all'Università. Le immatricolazioni sono molto maggiori tra coloro che provengono dalle famiglie che stanno economicamente meglio e bisognerebbe quindi incentivare chi proviene da famiglie economicamente più deboli. Abbiamo invece un livello di tasse universitarie che, subito dopo quello dell'Olanda, è il più alto dell'Europa continentale ed abbiamo infatti anche il numero di laureati più basso.

La politica che questo governo sta adottando per l’Università continuerà quindi a penalizzare il Mezzogiorno. Quali saranno le ricadute sociali ed economiche sul territorio?
Ci sono almeno due ordini principali di conseguenze. Il primo è relativo alle persone. Le possibilità di mobilità degli studenti non sono uguali per tutti: sono ovviamente maggiori per chi proviene da famiglie in grado di mantenerli fuori sede. La contrazione del sistema universitario del Mezzogiorno va quindi a discapito soprattutto dei meridionali meno abbienti che vivono lontani dai poli universitari. La conseguenza economica è poi del tutto evidente. La letteratura è concorde nell'affermare che la presenza di università ha un ruolo molto importante nello sviluppo economico di una regione sia per la funzione didattica e di ricerca che svolge e sia per la cosiddetta “terza missione”, ossia per il rapporto virtuoso che tesse con il tessuto circostante. Indebolire così fortemente le università nel Mezzogiorno vuol dire quindi rallentare lo sviluppo.


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