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Brexit o remain? Ovvero la guerra commerciale anglo-tedesca (con Riccardo Realfonzo)

Gli squilibri delle bilance commerciali e i profondi processi di divergenza in atto nell’Unione Europea: sono queste le ragioni macroeconomiche di fondo del referendum sulla Brexit. Questioni con le quali, qualunque sarà l’esito del referendum, l’Europa dovrà fare i conti.

Il referendum sulla Brexit fa suonare un nuovo campanello d’allarme sugli squilibri macroeconomici che dominano l’Unione Europea. Come già rilevato dal “monito degli economisti” pubblicato nel 2013 dal Financial Times, l’Europa è preda di processi di divergenza interna sempre più intensi, che allontano ogni giorno di più i Paesi periferici, Italia inclusa, dai ritmi di crescita della Germania. Questi squilibri crescenti interessano anche i conti con l’estero dei Paesi europei ed è qui che riposano le principali ragioni economiche che hanno spinto parte dei britannici a invocare una uscita dall’Unione.
A ben vedere, infatti, il principale problema che investe il Regno Unito, accentuatosi dopo la crisi 2008, è la crescita del disavanzo commerciale, cioè l’eccesso delle importazioni di beni e servizi sulle esportazioni. Nel 2015 lo squilibrio complessivo delle partite correnti è addirittura giunto a superare il valore del 5% del Pil britannico (complice un peggioramento del saldo dei redditi netti dall’estero). Certo, l’economia britannica è riuscita a compensare questo squilibrio grazie all’afflusso di capitali dall’estero destinati alla piazza finanziaria di Londra. Ma ciò ha reso il Paese sempre più dipendente dai capitali stranieri e alimenta una preoccupante crescita dell’indebitamento con l’estero.
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