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La Sinistra e il Jobs Act di Renzi


Il Parlamento sta convertendo in legge il decreto lavoro del governo Renzi, quello che ci precarizza ancora di più eliminando l’obbligo di indicare la causale dei contratti a termine e, cioè, il perchè quel contratto è solo temporaneo (alla faccia della "svolta buona").
Il premier, infatti, sostiene che maggiore flessibilità aiuti a ridurre il numero dei senza lavoro: "I dati sulla disoccupazione lo dimostrano" - ha dichiarato - "nel 2011 l'Uk era all'11% e l'Italia all'8,4%, ora loro sono al 7% e noi al 13%: in questi anni abbiamo perso troppa strada, noi abbiamo un sistema che manca di flessibilità". Questa presunta correlazione, in realtà, non è dimostrata affatto. Come ricordava poco tempo fa Emiliano Brancaccio, i test dell’OCSE, la rassegna di 13 ricerche empiriche di Boeri e van Ours e persino il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione.
La minoranza di sinistra del Pd (ex bersaniani/cuperliani) esulta perché ha inserito qualche magra modifica, tipo ridurre le pro­ro­ghe in quei 3 anni da 8 a 5. 
Secondo Tito Boeri, che riprende uno studio sugli effetti di un provvedimento simile adottato in Spagna nell'84, questo genere di riforme comporta solo un maggior numero di contratti a testa, ma con meno giorni di lavoro all'anno proprio perché le persone perdono più spesso il lavoro e passano da un contratto all’altro.


Meno giorni di lavoro e minore forza contrattuale si traducono, ovviamente, in salari più bassi.


La riduzione del numero delle proroghe possibili conquistata dalla minoranza Pd, dunque, potrebbe far aumentare o diminuire qualche giorno di lavoro, ma l’impianto iperflessibile della norma resta chiaramente immutato e i salari sono destinati a scendere comunque.
La sinistra del Pd, inoltre, è riuscita a introdurre l'obbligo di assumere il 20%  degli apprendisti per le aziende con più di 30 dipendenti. Secondo l'Istat, le imprese con meno di 20 dipendenti sono il 98% del totale e, quindi, l'obbligo vale per meno del 2% delle imprese italiane. Un'altra grande conquista delle minoranza di sinistra del Pd (!).
Ci sono anche altre piccole modifiche ma, come ammette lo stesso Stefano Fassina, l'impianto del decreto non è stato snaturato neanche un po'.
Sorvoliamo su Alfano e compari a cui, ovviamente, piaceva di più la versione originale partorita dal governo Renzi (uno che va sempre più d’accordo con la destra che con i suoi).
E dunque, lasciando stare i partiti di destra e i renziani che sono chiaramente liberisti in materia, le domande vanno all’ala sinistra del Pd, che dovrebbe rappresentare i lavoratori: lo troviamo il modo per incidere davvero? A che serve essere minoranza in un partito, se neanche sul tema più importante non si ottiene nulla più che un contentino? Forse si condivide l’indirizzo politico di fondo che ha scelto la maggioranza del partito, cioè la svalutazione del lavoro, anche se non è certo il costo del lavoro il problema delle imprese italiane?
Un'altra domanda va a Sel che porta la parola "Sinistra" nel nome e, dunque, l'ambizione storica di rappresentare i lavoratori: è pronta a mettere tutto in discussione, magari attraverso un forte rinnovamento, per crescere nei consensi e così incidere davvero nei rapporti di forza interni al Parlamento?
Intanto, il mondo del lavoro è sempre più precario. 

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