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L'austerità perde sponsor, ma non è finita

Il Corriere della Sera, che pubblica regolarmente contributi di Alesina e Giavazzi in favore dei tagli alla spesa pubblica, può essere considerato uno dei maggiori sponsor dell'austerità. Per questa ragione, può stupire che il quotidiano abbia pubblicato un articolo di Riccardo Realfonzo che, ricordando che l'economia è ripartita in paesi come USA e Giappone in cui la spesa pubblica è stata aumentata piuttosto che ridotta, informa i lettori dell'esistenza del referendum "stop austerità".
Se il rigore dei conti pubblici è diventato una sorta di dogma da rispettare ad ogni costo, infatti, molto è dovuto all'appoggio mediatico di cui gode da anni. Sono in molti, ad esempio, ad essere convinti che l'Italia abbia una spesa pubblica troppo elevata, ma i dati dimostrano il contrario: la spesa di scopo (al netto degli interessi sul debito) è inferiore alla media europea sia se calcolata in percentuale al Pil sia se calcolata pro-capite e, in realtà, è oggetto di tagli da più di vent'anni; la spesa per sanità, sussidi di disoccupazione e istruzione, infatti, già risulta inferiore alla media dell'Europa a 15, con tutte le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Studi che dimostrano gli effetti negativi dell'austerità inoltre, sono sempre più numerosi, tanto da aver indotto a ripensamenti persino tra gli economisti del Fondo Monetario Internazionale.
La dottrina dell'"austerità espansiva", dunque, ha perso sponsor tra gli economisti ed ora sembra che i media più importanti ed influenti come il Corriere (che è il giornale più venduto in Italia) comincino ad aprirsi ad idee alternative.
Le resistenze, però, sono ancora forti: la Commissione europea continua a difendere il rigore fiscale e la Direzione per gli Affari economici e finanziari (quella che dà le “pagelle” ai conti degli Stati dell'Unione europea) ripone ancora fiducia nelle politiche restrittive.
La strada che porta ad una ricetta alternativa per uscire dalla crisi economica, insomma, è in salita ma, di certo, non mancano neanche i motivi per essere ottimisti.

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