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L'Europa e la regola infondata del deficit-pil al 3%

«Abbiamo stabilito la cifra del 3% in meno di un'ora. È nata su un tavolo, senza alcuna riflessione teorica», dichiara Guy Abeille a proposito del parametro deficit/Pil che gli stati membri dell'Unione europea sono tenuti a rispettare. Questo vincolo, però, impedisce di aumentare la spesa pubblica di un ammontare sufficiente a far ripartire l'economia e, quindi, ben oltre il livello corrente delle entrate fiscali, aumentando il deficit pubblico come insegnava John Maynard Keynes.
Era il 1981, in Francia, e «Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro - spiega Guy Abeille - Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità»
La decisione presa in meno di un'ora si basava sui numeri del deficit francese dell'epoca: «Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un'analisi teorica». In seguito, però, è diventata una regola europea. Un parametro privo di basi teoriche e scientifiche viene esteso a tutti i membri dell'Unione.
Solo questo potrebbe essere sufficiente a giustificare sforamenti del tetto e radicali modifiche del quadro normativo europeo, ma è opportuno ricordare anche l'intervento di Emiliano Brancaccio sul Sole 24 Ore, in cui spiegava che non esiste neanche prova empirica certa che conti pubblici in ordine si traducano in fiducia dei mercati: «la ricerca economica non conferma che il deficit pubblico sia l'unica determinante dei differenziali tra i tassi d'interesse, né che sia sempre la più importante».
Riccardo Realfonzo, ad esempio, propone di lasciar crescere il rapporto deficit/Pil italiano oltre il 5,5% in modo da liberare almeno 35 miliardi di euro che, considerando prudentemente un moltiplicatore fiscale pari a 1,3 (il valore medio dell’intervallo calcolato dal capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard), potrebbero generare una crescita del Pil di oltre 45 miliardi, ben 3 punti di Pil. Secondo l’economista, inoltre, entro 9-15 mesi il rapporto deficit/Pil si ridurrebbe nuovamente grazie all'incremento del denominatore e all'aumento delle entrate fiscali conseguenti.
Non mancano, dunque, ragioni a favore dello sforamento del tetto imposto al deficit pubblico e di una riforma radicale del quadro europeo in materia di poltica fiscale.
Come ricorda Linkiesta, però, la regola del 3% del Pil per il deficit è ancorata nel Trattato del funzionamento dell’Unione europea e per modificarlo occorre una difficile procedura negoziale e l’unanimità di tutti e 28 i parlamenti nazionali. Negli ultimi anni, poi, tra Six Pack e Fiscal Compact, i controlli e le sanzioni si sono persino rafforzati e ciò dimostra, a mio parere, che manca la volontà politica di mettere in discussione il rigore fiscale.
È necessario portare i temi dell'Unione europea al centro del dibattito, paese per paese, per formare una coscienza comune tra i popoli europei flagellati da disoccupazione e precarietà e creare, così, una nuova volontà politica e un'Europa diversa.

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