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Evviva la lista Monti, se (non) convince il Pd

Bersani, come previsto, non sarà un premier socialdemocratico e antiliberista e seguirà ancora l’agenda Monti. Questo lo chiarisce lui stesso in dichiarazioni come quella sull'articolo 18 (nonostante tutto) e lo chiariscono i montiani del Pd, che battono cassa dopo avergli portato voti alle primarie. Nessuna sorpresa.
Questo genere di cose spinge via dalla coalizione di centrosinistra, dalla parte sinistra, persone come Alfonso Gianni, ma allo stesso tempo, dal confine destro, se ne vanno dal Pd persone come Pietro Ichino. Il motivo è che, anche se è vero che il Pd non respinge affatto (l'agenda) Monti, non vi si identifica fino in fondo. Parafrasando Nenni, troverete sempre uno più montiano (e chi lo seguirà).
La notizia buona è che finalmente il Pd e il resto della coalizione stanno cominciando a prendere una forma. Qualcuno sta cominciando a capire se quello è il suo posto o no. La notizia cattiva è che questa forma sa ancora troppo di liberismo e sudditanza ai poteri forti. Un aiuto ad uscirne potrebbe venire proprio dall'ormai ex premier.
Se e quando Monti si schiererà definitivamente da una parte del campo sarà un giorno decisivo. Se Monti continua a tentennare o si schiera col Pd sarà un giorno bruttissimo. Se, al contrario, dichiara guerra (sobria, ovviamente) al Pd, sarà un'occasione d'oro. La coalizione di centrosinistra avrebbe l'opportunità di puntare i fucili contro la sua agenda e il suo operato, recuperare una grossa fetta dell'elettorato di Sinistra e voltare pagina in Italia e in Europa. Dubito che ciò avvenga, dato che il maggior partito della coalizione ha votato i provvedimenti del governo Monti fino a poco fa e dato che pullula ancora di montiani.
Eppure non sarebbe così difficile. I risultati dell'anno tecnico, soprattutto dal lato economico, sono pessimi e sotto gli occhi di tutti. Sia chiaro, Monti è un professionista onesto e rispettabilissimo e non sarebbe malvagia l'idea bersaniana di piazzarlo tipo al Colle, almeno per "tranquillizzare" gli europei rigoristi. Quello che non funziona sono le sue politiche, soprattutto economiche. 
Questa tabella del Sole 24 Ore offre una buona sintesi: sono aumentati sia la disoccupazione che il debito pubblico, sia assoluto che rapportato al Pil, e sono diminuiti Pil, produzione industriale, consumi delle famiglie, retribuzioni, erogazioni mutui prima casa, prestiti a famiglie e prestiti alle imprese. Un quadro disastroso.

 
Piccola parentesi. Quelli che sostengono che sia colpa del peggioramento della crisi internazionale se il governo ha mancato tutti i suoi obiettivi dovrebbero leggere questo articolo: nel decreto Salva-Italia del dicembre 2011, si prefissavano degli obiettivi, tutti di gran lunga mancati. La colpa viene attribuita al peggioramento dello scenario internazionale, ma le esportazioni sono cresciute in linea con le previsioni (+1,2%) e quindi le ragioni del fallimento dei tecnici sono soprattutto interne. Le politiche restrittive alla Monti provocano la caduta della domanda aggregata. Punto.
Gli unici risultati che può vantare il governo dei tecnici riguardano il rapporto deficit/Pil e il rendimento dei titoli del debito pubblico, anche in confronto a quello dei bund tedeschi come suggerisce la riduzione dello spread. Si tratta di mezze vittorie e non solo se confrontate al quadro disastroso che ci forniscono gli altri risultati elencati in precedenza. Si giunge alla stessa conclusione anche se guardiamo all'andamento del rapporto deficit/Pil sempre negativo (cioè sempre surplus in bilancio) e se valutiamo l'andamento dello spread alla luce delle operazioni della banca centrale europea come hanno fatto Realfonzo e Gawronski.
Secondo il primo, "la ragione del calo degli spread è nella disponibilità a intervenire in chiave antispeculativa della Bce e, in secondo luogo, del fondo salva-stati (...) i mercati hanno percepito una certa consapevolezza europea sui rischi di deflagrazione dell’area euro e una qualche determinazione a evitare questo esito" e, dunque, descrive i fatti: "ancora il 24 luglio scorso, lo spread toccava valori intorno al 5,4%. Ma subito dopo il governatore della BCE, Mario Draghi, faceva capire a tutti che avrebbe finalmente assunto una linea interventista, in funzione anti-spread. Nel giro di tre giorni lo spread si riduceva di un punto percentuale. Successivamente, ai primissimi di settembre, i nuovi annunci sulla disponibilità della BCE ad effettuare acquisti illimitati dei titoli dei Paesi in difficoltà procurò, nel giro di un paio si settimane, un nuovo crollo dello spread che andava ad attestarsi su valori di poco superiori al 3%. Gli accordi sul fondo salva-stati e, nei giorni scorsi, a sostegno delle finanze greche hanno fatto il resto".
Secondo Gawronski, "quando Monti ha varato le sue politiche gli spread non sono scesi: hanno continuato a salire! È successo a fine Novembre, mentre il Parlamento approvava la manovra ‘salva Italia’, e di nuovo fra Aprile e Luglio, dopo le ‘riforme strutturali’. È stato Draghi a piegare gli spread. Nel primo bimestre del 2012, la Bce inondò i mercati di liquidità: come avevo previsto, i risultati furono effimeri. In estate, Draghi utilizzò le parole (giuste) al posto dei soldi e, come avevo previsto, i risultati furono meno effimeri". Rispondendo alle obiezioni, spiega che la differenza tra Agosto-Ottobre 2011, quando l'intervento della Bce non fu sufficiente a far calare gli spread, e Gennaio-Marzo 2012, quando si rivelò sufficiente,  sta nella somma spesa: 200 Mld nel primo caso e 6 volte tanto nel secondo. E a chi ha notato che nel 2011 gli spread dell’Italia erano superiori a quelli della Spagna, mentre oggi sono inferiori e, dunque, potrebbe credere che, al netto della Bce che è la stessa per entrambi i Paesi, il miglioramento rispetto agli spread spagnoli sia dovuto alle nostre politiche, fa notare che è la Spagna il Paese che ha fatto più austerity: "se l’austerità riducesse gli spread, la Spagna avrebbe dovuto aumentare il suo vantaggio sul’Italia, non viceversa".
Un buon grafico come quello seguente, preso dal sito del Sole 24 Ore,  permette di seguire abbastanza agevolmente il ragionamento dei due economisti.


Alla luce di queste considerazioni, (l'agenda) Monti si può tranquillamente archiviare. 
A sinistra del Pd si sta formando un'alleanza inedita tra Idv, Rifondazione Comunista, Alba e movimento arancione all'insegna del "Cambiare si può" e con tutte le difficoltà del caso (chi si candida? Quali alleanze?). Il Pd-SeL-Psi lascerà l'anti(angenda)montismo a queste forze o cercherà di sbarrare loro la strada a sinistra? Se (l'agenda) Monti corre ufficialmente alle elezioni, sbarrando la strada a destra del Pd, il Pd-SeL-Psi si concentrerà su un'agenda di Sinistra o inseguirà il moderatismo montiano, sapendo di non poter essere più montiano di Monti? 
Il Pd-SeL-Psi offre ancora agli elettori l'occasione di dire la propria con le primarie per i parlamentari. Nelle campagne elettorali di questi giorni, probabilmente, c'è poco spazio per questi temi, ma l'elettorato può dare una spinta da una parte o dall'altra.  

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