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L'economia reale dietro la crisi finanziaria

Esattamente 10 anni fa, il 15 settembre 2008, la banca d’investimento Lehman Brothers, fondata nel lontano 1850 a Montgomery, dichiara bancarotta e innesca la più grande crisi globale dei nostri tempi.

Come noto, nel 2008 Lehman registra perdite senza precedenti attribuibili soprattutto alla famosa crisi dei mutui subprime, ossia quei mutui altamente rischiosi che vengono concessi a soggetti che non possono normalmente accedere ai tassi di interesse di mercato. Dal 2006 il tasso di insolvenza di questi mutui cresce vertiginosamente e contribuirà ad innescare la grande crisi.

All'origine di questa crisi finanziaria vi è dunque l'eccessivo indebitamento dei lavoratori americani su cui, in fin dei conti, si reggeva il modello di crescita dell'economia mondiale. 

Procediamo con ordine. Nei trent'anni precedenti lo scoppio della crisi, la forbice tra produttività e remunerazione del lavoro si allarga a causa di politiche adottate globalmente come  ad esempio l’apertura e deregolamentazione dei mercati finanziari, del mercato delle merci e del mercato del lavoro. Queste politiche provocano, da una parte, centralizzazione di capitali e, dall’altra, frammentazione del mondo del lavoro. I rapporti di forza tra capitale e lavoro che si delineano di conseguenza portano all’intensificazione dei ritmi lavorativi, alla deflazione salariale e al ridimensionamento del welfare e, quindi, al divario crescente tra produttività e capacità di consumo dei lavoratori di cui si parlava poc'anzi [1]. In altre parole, in un'ora di lavoro si produce una quantità sempre maggiore di beni e servizi ma, allo stesso tempo, il valore di questa produzione aggiuntiva non viene redistribuito ai lavoratori sotto forma di incrementi di salario.


Ci sono dunque i presupposti per una crisi da domanda, ossia di uno scenario in cui la produzione delle imprese eccede la domanda dei consumatori/lavoratori, ma gli Stati Uniti costituiscono per molti anni il motore principale che genera la domanda necessaria al sistema economico globale. Questo è possibile grazie all’azzeramento della propensione al risparmio, al sempre più accessibile credito al consumo, all’“effetto ricchezza” dovuto all’aumento dei valori mobiliari e immobiliari e persino grazie alle importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia[2].

Questo modello entra in crisi quando salta l’anello più debole del debito dei lavoratori statunitensi, cioè i mutui immobiliari concessi senza sufficienti garanzie di restituzione, a partire dal momento in cui la Fed comincia ad aumentare i tassi di interesse ed i prezzi delle case cominciano a scendere, rendendo impossibile riaccendere un mutuo per restituire quello precedente. 

La bolla del debito che compensava il divario tra produttività e remunerazione del lavoro, e quindi tamponava ed evitava una crisi da domanda, scoppia ed innesca la grande crisi economica del 2008.

La finanza ha avuto grandi responsabilità nelle dinamiche che hanno portato alla crisi e, come già sostenuto su questo blog, va certamente regolamentata. Il triste anniversario del crack di Lehman Brothers induca però anche a riflettere sulle variabili macroeconomiche reali che si celano dietro l'economia finanziaria. La distribuzione del reddito e le disuguaglianze sono il cuore di questa crisi. 

twitter: @AngelantonioVis
Articolo pubblicato su Wall Street Italia



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[1] Brancaccio E., La crisi del pensiero unico, 2° edizione, Franco Angeli, Milano, 2010, p. 13.
[2] Paesi dell’Est come la Cina reinvestono i crediti accumulati con gli USA acquistando titoli del debito americano per impedire la rivalutazione del proprio cambio e continuare ad esportare, mentre  Germania e Giappone conseguono forti attivi commerciali esportando beni capitali in Asia. L’economia mondiale, insomma, si regge su un modello di crescita basato sull’indebitamento dei lavoratori americani (v. Cesaratto S., A sinistra della crisi, Economia e Politica, 26 febbraio 2009)

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